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INVESTIRE ALL'ESTERO e  LA DELOCALIZZAZIONE

 

I fatti dell’11 settembre, così come quelli di Madrid  fino a giungere al recentissimo attentato di Londra hanno determinato una sempre crescente insicurezza negli investitori e, soprattutto nei consumatori.

A ciò si aggiungono, in ambito Italiano ed Europeo, gli effetti che l’introduzione della moneta unica ha prodotto sul potere d’acquisto dei cittadini Italiani, diminuendolo notevolmente,  ingenerando una notevole contrazione dei consumi, delle le vendite e, quindi, delle entrate per le imprese.

In questo ed attuale stato di recessione e stagnazione, più di tutti, ne risentono le piccole e medie imprese Italiane, che a fronte di una notevole adattabilità, vivacità e capacità produttiva si scontrano con un mercato che non recepisce più e  non sfrutta l’offerta produttiva.

Analizzando la situazione, con sguardo miope, all’evidenza della concorrenza dei prodotti provenienti dall’Est Asiatico, ed in particolar modo dalla Cina (link), è stato dato una valenza prettamente negativa che ha fatto emergere la crisi di competitività delle nostre imprese medio-piccole.

In realtà, l’apertura e l’interscambio con mercati dalle potenzialità espansive spropositate deve essere valutato, da quelle imprese che intendono tenere il passo con l’evoluzione dell’economia su base mondiale e globale, come una risorsa e come opportunità di andare alla conquista di nuovi mercati e di nuovi consumatori.

Ciò può essere fatto attraverso due livelli di azione:

·        La vera e propria delocalizzazione di tutta o parte dell’attività produttiva,

·        La cooperazione imprenditoriale tramite la conclusione di accordi di varia natura, (es. joint venture, costituzione società miste) con imprese site nelle aree obiettivo, affinchè possano essere attuati interscambi bidirezionali di prodotti, manufatti e know how finalizzati all’incremento della produzione e delle vendite, di pari passo con un abbattimento dei costi.

Queste aree/mercati obiettivo, da attenta indagine, presentano condizioni generali, sotto il profilo della pluralità delle forme giuridiche, della legislazione fiscale ed, aspetto fondamentale, delle infrastrutture, di spropositato favore e convenienza per qualunque imprenditore, specie quello Italiano.

Sotto il profilo dell’attrattiva imprenditoriale, fra i primi posti si colloca non solo, come ovvio, la Cina (link) ma anche tutto l’insieme dei paesi circostanti il Golfo Persico come gli Emirati Arabi (L) od il Kuwait (L).

In detti Paesi, si è proceduto, per costituire forti connotati di appetibilità produttive, diverse Zone Franche (c.d. Free Trade Zone) in cui l’imprenditore, a fronte del suo investimento, può fruire di trattamenti fiscali inimmaginabili così come della disponibilità di fattori necessari all’impresa ed alla produzione (infrastrutture, immobili, energia, prestito di denaro) a condizioni di estrema convenienza.

Se, da un lato, la Cina presenta il vantaggio di offrire all’imprenditore un mercato dalle dimensioni oceaniche, paesi come Kuwait o Emirati Arabi offrono, dal canto loro, stabilità e sicurezza politica ed una costante crescita di ricchezza e di volontà di investimenti delle incalcolabili risorse provenienti dal settore petrolifero.

In ogni economia in fase di sviluppo,  sostanziale è il richiamo ed il desiderio di prodotti occidentali, fra cui  il “Made in Italy” non può che emergere sostenuto dal proprio magnetismo creativo e stilistico.

Quindi, solo l’imprenditore lungimirante comprenderà che Cina, Kuwait ed Emirati Arabi non vanno considerati come una minaccia ma piuttosto per le opportunità commerciali che i loro sistemi economici possono regalare.

E’ chiaro che lo sfruttamento delle notevoli opportunità di investimento estero debbono essere parametrate in base ad una pluralità di dati come la tipologia di attività produttiva e le risorse che si intendono impiegare nonché l’accurata scelta della forma e degli strumenti giuridici da impiegare.

 

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